La chirurgia robotica, alleato del medico in sala operatoria

La chirurgia robotica, alleato del medico in sala operatoria

Sanitadomani.com – SAN DONA’ DI PIAVE: Se la tecnologia ha modificato l’impianto della società negli ultimi decenni, qualcosa di molto simile accade nella medicina con l’introduzione della chirurgia robotica. La tecnologia di avanguardia nelle sale operatorie ha permesso di raggiungere obiettivi importanti, come gli interventi cosiddetti mini invasivi; una tecnica che permette di ridurre i rischi e facilitare la ripresa post operatoria.

Alcuni di questi mezzi robotici sostengono il chirurgo nel proprio lavoro permettendo una precisione di intervento sorprendente. E le strutture che decidono di investire nelle nuove tecnologie – e naturalmente in professionisti di alto livello – diventano dei veri e propri centri di eccellenza.

 E’ il caso della Casa di cura Sileno e Anna Rizzola di San Donà di Piave, che offre un servizio unico in Italia e a livello europeo sugli interventi alla schiena grazie al braccio robotico ExcelsiusGPS. Un macchinario presenti negli Stati Uniti in 130 esemplari; nel resto del mondo, ce ne sono soltanto altri 20.

Ma cosa significa oggi lavorare in sala operatoria con un robot? Lo racconta il dottor Giuseppe Sciarrone, specialista in Neurochirurgia e Chirurgia della Colonna Vertebrale, che opera alla Casa di cura Rizzola.

– Quanto cambia la vostra professione con la chirurgia robotica?

“E’ un approccio completamente diverso. La robotica è entrata nella sanità da oltre 20 anni ormai, e ha cambiato il percorso di formazione tradizionale del chirurgo. Serve una lunga esperienza sul campo, dopo un lungo percorso di studi, per il chirurgo per arrivare ad avere una completa preparazione negli interventi delicati. Il supporto della robotica facilita questo cammino. Per esempio l’Excelsius ci permette di ‘vedere’ a 360 gradi l’area da operare. Una dimestichezza che i chirurghi ottengono solo dopo anni di interventi”

– Cosa rende questo braccio robotico così innovativo?

“Il vantaggio che ha reso questo macchinario davvero competitivo è la possibilità di essere ‘solidale’ con il paziente, ovvero di restare in continuo monitoraggio della persona che è sul tavolo operatorio. Il braccio meccanico non fa che eseguire il programma impostato dal medico, quindi si muove lungo coordinate precedentemente impostate. Se la posizione del paziente cambia, anche il programma deve essere ricalibrato. E il paziente, per quanto addormentato, non è mai immobile: basta pensare al movimento continuo della cassa toracica per la respirazione. Bastano anche solo un paio di centimetri di differenza, in questo tipo di operazioni. Ecco perché il GPS integrato lo rende unico”

– Quindi il computer che guida il braccio robotico è monitora il paziente?

“Ci sono delle telecamere puntate sul paziente che inviano in continuazione il segnale al braccio robotico. Se dovesse avere degli spostamenti anche minimi, magari perché il personale sanitario è venuto in contatto col corpo durante l’operazione, il computer ricalibra la posizione. Così vengono fatte  le dovute correzioni affinché il braccio robotico individui correttamente il punto indicato dal medico in cui intervenire”.

– Come vede il futuro della chirurgia robotica?

“Che ci siano delle resistenze o no, sono certo che la robotica avrà sempre più spazio nella medicina, come la tecnologia nella nostre vite. Io la vedo vantaggiosa. Tra i benefici indiretti, potrebbe esserci quello di aiutare una professione che è in sofferenza. Non è un segreto che i chirurghi, oggi, siano sempre meno numerosi. Certo il percorso che si prospetta non è dei più semplici; fra università, specializzazione ed eventuali dottorati, si parla di una carriera universitaria di 10- 12 anni. L’esperienza da maturare sul campo, poi, è un’ulteriore sfida. In questo senso, la robotica può velocizzare la curva di apprendimento. La tecnologia supporta il medico consentendogli di raggiungere risultati e precisione in tempi più stretti, abbattendo il rischio di complicanze talvolta in maniera esponenziale”.

– Potrebbe influire sul rapporto tra medico e paziente?

“Qui si apre un capitolo interessante. Io credo che sia da ricostruire la figura del medico di stampo ippocratico, e anche la relazione fra medico e paziente. Se da una parte la tecnologia ci permette un approccio impensabile fino a 30 anni fa, dall’altra il rapporto umano va rivisto e incrementato. Prendersi cura della persona deve restare una priorità”.

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