IEO, l’Arcivescovo: aiutare medici e infermieri

A cura di Erode Farina

Sanitadomani.com – L’Arcivescovo di Milano Mario Delpini nel corso della sua visita nell’Istituto Europeo di Oncologia di Milano

Sanitadomani.com MILANO. L’Arcivescovo Mons Mario Delfini nella giornata di oggi ha visitato la struttura ospedaliera dell’Istituto Europeo di Oncologia di Milano.
Lo IEO ha celebrato la ricorrenza dei 25 anni di vita dell’importante centro oncologico milanese fondato dal Prof. Veronesi ed oggi seguito dal figlio che, seguendo lo straordinario percorso di eccellenza scientifica del padre, è docente universitario e Presidente della Fondazione IEO.

L’intervento di Mons Mario Delpini non può sfuggire al mondo manageriale e politico-sanitario al quale l’Arcivescovo si è sostanzialmente rivolto lanciando l’appello ad avere una visione più mirata alla cura dell’uomo, sia esso paziente, sia medico o infermiere.
Ha suggerito la necessità di intensificare la presenza in corsia della figura dello psicologo, del parroco e dei volontari e non solo per assistere i pazienti, ma dare quel supporto che oggi a medici ed infermieri nessuno si preoccupa di dare.
“È necessario inserire nel sistema-ospedale delle figure che si dedicano specificamente al rapporto personale, come lo psicologo, il volontario, il cappellano; ed è indispensabile curare il personale sanitario, perché anche il medico o l’infermiere sono persone, e come tali hanno bisogno di supporto continuo”.
Lo ha infatti affermato l’Arcivescovo di Milano, Mons. Mario Delpini, oggi  nel corso della sua visita ai malati e ai dipendenti dell’Istituto Europeo di Oncologia.
“Il bisogno di capire e supportare l’evoluzione del rapporto medico-paziente e la necessità di condividere al suo interno anche le domande ultime sulla vita, sono il mio contributo alla celebrazione dei 25 anni dello IEO. – ha sottolineato Monsignor Deplini –  La professione medica affronta oggi problematiche complesse: scriverò una lettera per esprimere la mia solidarietà”.
«Il medico, in particolare allo IEO, svolge un lavoro faticoso e inquietante – ha inoltre detto Delpini –  Il primo motivo di inquietudine è la difficoltà a livello umano: sarò capace di farmi carico della persona malata nella sua globalità? Il secondo motivo è di tipo “amministrativo”: il sistema sanitario italiano potrà continuare ad essere eccellente e allo stesso tempo accessibile per tutti?
Avrò le risorse per continuare a curare i miei malati ai massimi standard possibili?”.
Interrogativi estremamente significativi che forniscono il quadro chiaro come Mons Delpini conosca oltre il visibile il panorama della sanità nazionale e, in particolare, quella lombarda.
“Il rapporto medico-paziente, già difficile in sé, negli ultimi anni si è complicato perché entrambe le figure, di chi dà e chi riceve la cura, si sono ridisegnate.
Il paziente vive in un contesto in cui il desiderio di essere guarito si trasforma in pretesa, il bisogno di essere informato in sospetto di essere ingannato, la paura della diagnosi in aggressività.
Anche la figura del medico si è ridisegnata.
La domanda di specializzazione estrema lo induce a perdere di vista la dimensione olistica del malato, le esigenze organizzative lo portano a quantificare gli interventi in un’ottica di efficienza, la sua formazione si riduce a un insieme di competenze e conoscenze, in cui la dimensione umana è un ‘appendice, quando c’è.
Che fare?
Non è sufficiente fare appello alla buona volontà o ai sentimenti del singolo operatore.
L’attenzione alla dimensione umana deve essere sistemica: bisogna intervenire sull’intero sistema di cura dell‘ospedale – ha ben chiarito l’Arcivescovo –  perché sia orientato a favorire l’interazione medico-paziente in quanto persone.
Come fare? È necessario inserire nel sistema – ospedale delle figure che si dedicano specificamente al rapporto personale, come lo psicologo, il volontario, il cappellano; ed è indispensabile curare il personale sanitario, perché anche il medico o l’infermiere sono persone, e come tali hanno bisogno di supporto continuo”.
“In un buon rapporto medico-paziente ,ha infine detto l’Arcivescovo, si può inserire la speranza, una dimensione che non risulta all’indagine diagnostica e tuttavia è incisiva nel percorso di cura.
È qui che si può inserire la presenza della Chiesa, che si domanda in che modo possa essere offerta la speranza, anche a chi vede la gravità del suo male.
Al di là dei credi religiosi, tuttavia, è importante che le domande ultime non siano censurate per principio nel dialogo con il malato.
La condivisione con il medico della visione della vita e del suo senso ultimo, può infatti contribuire al benessere della persona; anzi può essere un elemento decisivo nella scelta condivisa del miglior percorso di cura».

 

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a cura della redazione
sanitadomani.com

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